di Luca Minarelli

 

Venerdì 17 novembre 2017, in occasione dell’ultima edizione di Bookcity Milano, ho partecipato alla presentazione del nuovo libro “Nella rete di Google” a cura di Vincenza Del Marco, Professoressa di Semiologia e retorica dei sistemi espositivi presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e Isabella Pezzini, Professoressa di Filosofia-Teoria dei linguaggi presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza Università di Roma.

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Le autrici del libro e gli ospiti del dibattito

L’incontro si è basato sul dibattito a fine di generare delle domande su come questo motore di ricerca ha cambiato le nostre vite non solo in termini tecnologici ma anche per come sta trasformando il modo in cui ci informiamo, costruiamo la nostra idea del mondo e tutto quello che compone la nostra vita. Grazie alla partecipazione di: Giulia Ceriani, Dottoressa in Scienza dei linguaggi, presidente di “Baba” e Ruggero Eugeni, Professore di Semiotica dei Media all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Quali sono i contenuti principali del libro sui quali ci si deve soffermare alla luce di questi grandi cambiamenti?

L’obbiettivo del libro è quello di produrre una “Google Maps” che guidasse questa riflessione, che parte da una prima analisi su come funziona il motore di ricerca ed i servizi che offre e che si  focalizza su come il modo di considerare lo spazio reale e lo spazio virtuale è cambiato. Infine, uno sguardo rivolto non solo al mondo ma a come queste economie hanno cambiato l’uso che ne facciamo in tema di Marketing e consumi al fine di riflettere sul funzionamento della memoria di Google e sulla fruizione dei dati in maniera utopica e distopica.

Le grandi innovazioni e strumenti tecnologici di Google, in che modo e quali ripercussioni hanno avuto in termini di business e nel mondo?

Esistono certi aspetti che diamo per scontati come per esempio la relazione dialogica tra un io e un tu in maniera informatica. Complice un sistema digitale sempre più “friendly”, come all’interno dei motori di ricerca come il nuovo Google home e tutti gli assistenti virtuali. Ci dimentichiamo di riflettere sul fatto che le ricerche avvengono per parole chiave, ciò introduce ad alcuni vincoli che il sistema impone. Il motore di ricerca tenta di inglobare una universalità di aspetti del reale, ma reale non è tanto quanto semiotico, poiché l’opposizione tra reale e virtuale dal punto di vista semiotico tende ad essere superata. Risulta quindi fondamentale orientarsi all’interno dei linguaggi e saperli considerare in termini critici, per esempio i termini di personalizzazione della ricerca ci forniscono risultati tagliati su misura ma che poi precludono dei fattori accidentali e non previsti da quelle che sono le nostre aspettative. Anche se l’ambito informatico rimane un settore complesso e a volte precluso, è importante che la comunicazione agisca in maniera critica.

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Un momento del dibattito, svolto al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano

“Google Glass” poi diventati “Google Lents” (sistemi ottici che riconoscono gli oggetti) possono essere considerati come oggetti di unione tra un web che permette di pubblicare contenuti e fare ricerche e un internet che cerca sempre di integrarsi di più con la realtà delle cose. Quali possono essere i risvolti di questa integrazione sempre più profonda?

Innanzitutto bisogna tenere in considerazione che pur essendo un progetto “fisicamente morto”, i google glass rappresentano la logica dell’azienda. Google adotta una logica di sorveglianza basata su una logica plenottica: ovvero una cattura integrale del campo luminoso del reale. Esiste quindi una nuova economia dell’informazione, resa possibile dai costi più economici, che consiste nel captare/catturare la realtà nella sua integrità mediante una differente gamma di sensori (interfacce, sistemi vocali oppure nella Google Car). Tutte queste informazioni sono raccolte in dei data center che vengono utilizzati come fonte per delle ricerche statistiche tradizionali, in secondo luoghi trasmessi ed infine visualizzati. Questo processo viene attivato ogni volta che noi eseguiamo una ricerca su Google. Inoltre, sorge il problema della mancanza effettiva di policy che disciplinino questo flusso neo liberale/capitalista di beni immateriali. In tutta questa macchina la semiotica è la politica: nel momento in cui questa macchina sta facendo significazione vuol dire che sta facendo un’operazione politica. Poiché nel momento in cui queste masse di dati vengono interrogate e interpretate diventano episodi politici e critici. Per questo motivo la semiotica attualmente dovrebbe recuperare la sua funzione principale: quella di costringere i processi di comunicazione di massa a dichiarare i propri momenti in cui producono significazione, assumendo una nuova connotazione di semio-politica.

Individuato lo snodo politico di questa azienda, ovvero l’elaborazione dei dati per operazioni di business, per prevedere fenomeni oppure per potenziare i propri sistemi, in che modo Google organizza questi dati, come li utilizza e quali sono le prospettive future?

Ricollegandoci alla nuova connotazione di semi-politica si introduce il concetto di “trasformazione silenziosa”: come la trasformazione sia continua e difficile da percepire. Quando una macchina potente, che gestisce un’economia politica e dell’esistenza, si appropria della trasformazione di conseguenza tutto il mondo cambia. Questa specularità tra reale e virtuale è qualcosa di diverso, oppure una sovrapposizione di bordi che aderiscono insieme? Sicuramente un qualcosa che ci porta verso la semiotica politica, ovvero ad adottare una cognizione critica e saggia. Poiché quello strumento che avrebbe dovuto essere un tool in realtà si rivela essere un sistema di gerarchizzazione, che sulla base di algoritmi, porta alla ricostruzione di un mondo fortemente orientato ed ideologico. All’interno di questo mondo un dato punto di vista si appropria della definizione del valore, ovvero il fenomeno della customizzazione. Per il futuro, bisognerà essere sempre vigili e conoscenti sulla cessione di una “patente di legittimazione e legittimità” a Google rispetto alla gestione di dati che sono diventati troppo “big” per noi, dai quali ne ricaviamo un servizio utile. Se si va verso un algoritmo perfetto, si andrà verso qualcosa che non restituisce nulla se non un punto di vista più piccolo e parziale, avendo un mondo sempre più monadico, segmentato e isolato.

 

L’utilizzo che Google, con questa grande quantità di dati, può fare è renderli l’unica cosa importante su cui poi fondare politiche e tendenze che vadano ad influenzare svariati ambiti, dalla moda alla medicina. Poiché il dato non è realtà assoluta ma qualcosa a cui vogliamo credere. Il potere delle tendenze ci spinge ad acquistare un prodotto sulla base di un’opinione generalmente accettata. Su questa onda incontrollabile di dati il problema delle policy rimane il punto focale poiché non viene tutelato, nemmeno dalle istituzioni politiche. Questo accade per due semplici motivi: un ritardo culturale delle istituzioni su queste tematiche attuali e in secondo luogo l’interesse nel servirsi di questi dati al fine di migliorare i servizi e manipolare l’opinione pubblica. Il problema della digitalizzazione non controllata è che molte “imprese”, persone e organizzazioni affidano se stesse e i loro dati ad un ente privato, senza avere una garanzia sicura sulla modalità con la quale verranno trattati. La soluzione è reagire in maniera creativa e non solo punitiva su tutti i livelli: formazione, norme di regolamentazione e norme fiscali.

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