di Letizia Conte

Durante le due plenarie dello Iab Forum 2017 sono stati numerosi e diversi i temi trattati. Ognuno è stato capace di convogliare l’attenzione di coloro che occupano le posizioni più disparate nell’ecosistema digitale. Tra questi l’idea di Qwant nato nel 2013 in Francia con l’obiettivo di porsi come alternativa diretta a Google che allo stato attuale in Europa detiene il 95% delle quote di mercato della search. Si tratta di un’importante sfida che vuole questo settore in linea con alcune delle ideologie alla base del concetto di Europa come per esempio quella del libero scambio.

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Alberto Chalon, direttore generale di Qwant, ci spiega dove risiede la forza di Google. Sicuramente l’algoritmo ha un ruolo centrale, ma ancor di più a fare la differenza è la facilità di accesso ai dati raccolti dal monopolista della search. Si tratta di informazioni che, con maggiore o minore consapevolezza, regaliamo ogni volta che facciamo una ricerca in rete. Questi vengono raccolti per poter profilare gli utenti così da essere riutilizzati in seguito con fini commerciali. In questo modo i motori di ricerca detengono una mole così ampia di dati sulle nostre abitudini ed interessi da arrivare a conoscerci persino meglio di noi stessi. Diventa importante tutelare la nostra privacy poiché attraverso l’appropriazione dei nostri dati i motori di ricerca operano delle pre-scelte sui risultati da sottoporre in risposta alle nostre ricerche.

La tutela della privacy però non si limita solo ai motori di ricerca infatti per quanto riguarda il futuro, tecnologie come Internet of Things, assistente vocale ed Intelligenza Artificiale dovranno essere ben regolamentate perché se da un lato agevoleranno lo svolgimento delle nostre vite, dall’altro avranno a disposizione così tante informazioni sugli utenti da riuscire ad influenzarne le scelte ed il pensiero.

Da qui l’idea di Qwant che vuole un ritorno a quell’equità che contraddistingueva il web e i motori di ricerca alle origini.

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Qwant allo IAB Forum

Sin dalla sua nascita questo motore di ricerca è stato privacy by design e GDPR compliant, due temi estremamente centrali nel dibattito pubblico europeo attuale. Ciò che lo rende unico è il metodo con cui riesce a tutelare la privacy degli utenti, prima ancora che venga effettuata la ricerca l’IP di chi pone la query viene eliminato. In questo modo per la società francese sarà impossibile creare e conservare lo storico delle ricerche dell’utente nonché un archivio dei dati personali e neppure associare una ricerca ad un indirizzo IP; il tutto è studiato per da rispettare gli standard HTTPS, senza fornire nessun tipo di cookie e prestando grande attenzione al diritto all’oblio.

Ma come può un motore di ricerca fondare il suo modello di business su un prodotto privacy by design? Non avendo bisogno di identificarci per rispondere alle query degli utenti, fonda il suo funzionamento su due elementi: l’indicizzazione naturale e sulla vendita di link sponsorizzati e soltanto su questi riesce a ricavare profitti.

Marco Montemagno, moderatore di tutto l’evento Iab, interviene sottolineando come le affermazioni e le intenzioni esposte da Alberto Chalon sembrano essere in controtendenza con la direzione che sta prendendo il digitale che invece richiede sempre più dati da analizzare. Viene prontamente specificato come esistano dati che se utilizzati da alcune applicazioni non ledono i nostri diritti né le volontà dei singoli in quanto l’uso che se ne può fare è strettamente limitato. Portato ad esempio è l’utilizzo fatto da Spotify che conoscendo i nostri gusti musicali non può far altro se non proporci una playlist che assecondi le preferenze individuali. In questo modo si è cercato di sottolineare come l’intento di Qwant sia quello di tutelare noi utenti da quelle tecnologie che non hanno alcuna regolamentazione europea e che potrebbero influenzare il nostro modo di agire.

Questi interventi offrono spunti per una riflessione profonda su come il digitale abbia cambiato sino ad ora il nostro modo di vivere la quotidianità, di intrattenerci e di consumare. Viene naturale chiedersi fino a che punto siamo disposti a farci coinvolgere e a lasciare così tanto spazio al digitale nelle nostre vite? Siamo capaci di considerarlo solo come un’agevolazione o ha effettivamente il potere di influenzarci alterando la nostra volontà?

 

 

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